30 Luglio - Saint Florent

Il giorno seguente abbiamo fatto vita da mare per quasi tutto il giorno. La spiaggia a sud del porto (verso il deserto degli Agriati per intendersi) è una spiaggetta tranquilla, almeno nella parte più vicina al porto. Dall’altra parte c’è’ una spiaggia libera molto molto affollata. Il mare è tutto sommato pulito.

Abbiamo deciso di pranzare al porto dove, dopo un’accurata ricerca, abbiamo scelto quello che sembrava essere il posto ideale: L’ombreè.
Il locale era nascosto dietro un vicoletto, riparato da due palazzi e da una folta veranda di piante rampicanti, che offriva una temperatura giusta rispetto al resto dei ristoranti. I prezzi decenti (14 euro per un menu FISSO di pesce ci pareva onesto), una cameriera simpatica (polacca mi pare), la proprietaria che dispensava consigli su quali luoghi visitare nella zona (una signora sui 55 anni che parlava una sorta di italiano antico), rendevano questo buco accogliente e folcloristico.
Se proprio proprio vogliamo trovargli un difetto: abbiamo aspettato un bel po’ prima che arrivasse il pesce, tanto che Francesco è stato colto da allucinazioni culinarie ripetute. Sono riuscito ad immortalarlo mentre punta il piatto di un tavolo vicino e il capo branco lo osserva minaccioso, quasi stesse dicendo “toccalo e sei un uomo morto”.

Il pranzo è stato molto piacevole, almeno fino al momento di pagare il conto. Per farla breve, hanno deciso di pareggiare il deficit nazionale corso facendoci pagare 10 € una bottiglia da un litro e mezzo di Coca e 6 € 2 palle di gelato semplici alla vaniglia. Assurdo.
Questo fatto ha segnato profondamente la vacanza, in quanto da questo momento in poi abbiamo realizzato che la Coca Cola in Corsica ha lo stesso prezzo dell’oro sulla terra ferma.
Sconsolati, siamo tornati verso la spiaggia a sud del porto, dove fra l’altro Francesco ha tentato, involontariamente, di uccidere una ragazza (anche molto carina) col freesby, colpendola sulla fronte da almeno 50 metri di distanza. Un tirone. Per fortuna lei e la sua famiglia di “puri tedeschi di Cermania” l’hanno presa sul ridere.

Dopo il bagno di rito, l’istinto primordiale che ci caratterizza ha iniziato a farsi sentire, come uno strizzone di pancia poco prima di un appuntamento importante. Dovevamo iniziare a fare qualcosa di “grezzo”. Per cui, armati di arpione e canna da pesca (9 euro del Decathlon), siamo partiti in bici verso degli scogli che avevamo adocchiato dalla mattina, sperando di procacciarci la cena.

Per arrivare agli scogli abbiamo anche attraversato una proprietà privata: una reggia. Aveva un giardino da far invidia al Club Med: palme, fiori tropicali, cespugli di puffragole, mandragole fiorite… un paradiso, che, purtroppo per noi, nascondeva un tremendo segreto.
Ben presto ci siamo accorti che una figura nera, non troppo definita, si muoveva velocemente fra i pini marini e i cespugli di azalee. Mi è subito venuto in mente Lost, le puntate della prima serie dove apparivano orsi polari su un’isola tropicale… Non era un orso, ma un cane… nero… LUCIDO, di quelli cattivissimi che quando li vedi cerchi inutilmente la pistola nella cinta, o la katana dietro le spalle. Appena ci ha visti ha iniziato ad abbaiare incazzatissimo e a caricarci da una ventina di metri di distanza. Dietro di lui il padrone divertito ridacchiava istericamente, con il classico occhio corso che sembra dire “ma guarda questi italiani che paura che hanno. Speriamo li sbrani“.
Durante quei venti metri di carica, mi sono messo a valutare la situazione nelle sue possibili soluzioni: afferrare l’arpione e uccidere la bestia, afferrare Francesco e farlo sbranare come diversivo per poter fuggire a gambe elevate, gettarmi dagli scogli sperando che la bestia non fosse anfibia. Purtroppo, oltre che grande e incazzato, l’animale era anche veloce e prima di poter trovare una soluzione più efficiente dello stare immobile sulla bici pensando alla mamma, il cane aveva percorso i venti metri.
Una volta là ha iniziato ad abbaiare istericamente e a saltellare davanti a me, prima di cominciare a tossire freneticamente, per poi finire con una vomitata colossale.
La scena è stata apocalittica. Forse l’emozione, forse i venti metri percorsi in 2 secondi netti o forse semplicemente una indigestione delle vittime precedenti, han fatto sì che il cane finisse con il vomitarmi ai piedi prima di tornare dal padrone con la coda fra le gambe, quasi imbarazzato, per l’immensa figura di merda. Io e Francesco non vi dico quanto lo abbiamo preso per il culo, anche nei giorni seguenti. Il padrone, stizzito per la figuraccia del proprio canide, si avvicina e inizia a parlarci un classico italiano-corso spiegandoci che il cane non fa male a nessuno e che vuole solo giocare (con tibie e costole umane NdA) e che è un cucciolone. A quel punto la bestia, ripresa dallo shock gastro-intestinale, prima torna a cibarsi del materiale espulso, poi sfrega allegramente la lingua contro la mia borraccia guardandomi compiaciuta, quasi a dire “vendettaaaaaaaaaaa”. Cane bastardo.

Arrivati a destinazione ci siamo cimentati in una mezz’ora di “come cazzo funziona” e di “ora la volo in acqua” mentre cercavamo di capire il funzionamento dell’arnese comprato al Decathlon con tanto impeto: la canna da pesca. Nessuno di noi aveva mai pescato (io un paio di volte al vivaio con le canne di bambù… altra classe!).
Dopo molte bestemmie e prove, siamo riusciti a mettere in sesto la canna, a piazzare il galleggiante, a mettere amo e piombi.

A quel punto più o meno è successo questo:

Leo:Ok cosà dovrebbe andare. Ora ci vuole l’esca. Passamela
Francesco:Ehm… quale esca?

Avevamo dimenticato l’esca. Imbarazzati abbiamo riposto la canna e l’arpione e silenziosamente siamo tornati al campeggio.

Alla sera il porticciolo di Saint Florent si anima di tutti i tipi di persone. Dai ragazzetti che percorrono istericamente in su e in giù la passeggiata, ai vecchini malati per le bocce, dalle ragazzine tirate a lucido per la sera, ai devastati ciclisti in ciabatte (noi). Abbiamo preso un buon gelato, abbiamo fatto qualche ripresa con la videocamera per poi tornare verso la tenda.

Alla fine, sudando almeno 3 litri di liquidi, con le labbra screpolate e la vista appannata, siamo arrivati in cima al secondo colle. Di lì tutta discesa fino alla tanto sognata Saint Florent o, come a volte si legge: San Fiorenzu.